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 Home page - Un libro al mese - PREPARARE LA GIOIA SPIRITUALE 

Preparare la gioia spirituale
 

Intervista al prof. Pierluigi Cervellati*
a proposito del libro  “Architettura e liturgia” di Louis Bouyer.
 
*Pierluigi Cervellati, urbanista, ha insegnato restauro, recupero e riqualificazione urbana presso la facoltà di Lettere nell'Università di Bologna e allo IUAV. Dal 1964 al 1980 è stato Assessore al Traffico, all'Edilizia Pubblica e Privata e all'Urbanistica di Bologna. Ha studiato ipotesi di inserimento dell'edilizia economico-popolare nei centri storici ed elaborato piani per Bologna e per Modena. Ha progettato vari piani urbanistici e territoriali. Si è occupato del restauro dell'ex Oratorio San Filippo Neri a Bologna. Tra le sue numerose pubblicazioni: La nuova cultura delle città (1977), La città post-industriale (1984), La città bella (1991), L'arte di curare le città (2000).
 

Gli argomenti trattati nella rubrica “Un libro al mese” sono ridiscussi in interviste con diversi esperti. Ne nasce un colloquio volto ad approfondire gli argomenti esposti nei volumi. Le opinioni presentate sono qualificate ma personali, non necessariamente condivise da chi promuove la rubrica.
25/01/2018

Mi ricollegherei a uno dei temi di cui parla Bouyer: la gioia spirituale. L'ispirazione creativa segue vie che nascono nella storia ma allo stesso tempo persegue l'obiettivo di immaginare il nuovo. Questo vale per l'architettura, per l'arte, come anche per la liturgia. Quest'ultima è fondante per la concezione della struttura organizzativa del luogo di culto. Penso per esempio al rapporto tra presbiteri e fedeli nell'ambito delle celebrazioni liturgiche: trovo bello che questi si muovano, che non stiano seduti ai banchi come se fossero a scuola. Questo modo statico di partecipare alle celebrazioni, comunemente praticato, non mi sembra favorisca l'esperire quella gioia spirituale che pure è necessaria a chi va in chiesa. E ovviamente la pratica del rito non è staccata dall'architettura: l'organizzazione dello spazio per la celebrazione contribuisce fortemente a orientare, indirizzare, favorire l'azione dei fedeli.
Ora, se mi pongo il problema come architetto, credo di poter affermare che negli ultimi cinquant'anni siano rarissimi gli edifici di cui si può ritenere che corrispondano ai principi di innovazione, di flessibilità e allo stesso tempo di chiaro orientamento che sembrano auspicabili. E parlando di orientamento non mi riferisco semplicemente alla positura dell'edificio verso Est, ma in generale all'idea che nell'edificio chiesa si ottenga una condizione coinvolgente sul piano emotivo e intellettuale assieme: attraverso l'elaborazione dello spazio, le cromie, le forme, ma anche attraverso i canti, l'incenso, i movimenti, le azioni. Tutto questo “fa” la chiesa, e si traduce in gioia spirituale. E si riflette all’esterno della chiesa per diventare riferimento strutturale della città.










 
25/01/2018

Se dovessi riferirmi a una singola chiesa contemporanea nella quale abbia ravvisato la potenzialità di ottenere questo effetto – favorire la gioia spirituale – mi viene in mente la cappella di Ronchamp, progettata da Le Corbusier. La parete laterale traforata da vetrate colorate genera all'interno un ambiente gioioso. La trovo bellissima. In quel contesto – grazie a quel contesto – la pedana dell'altare non è palco teatrale, ma punto di riferimento nobilitante che s'irraggia all'intorno.
Beninteso, tutti coloro che si sono cimentati con la progettazione di chiese hanno cercato di ottenere il massimo dell'espressività e del coinvolgimento, anche se non vi sono riusciti appieno. Ricordo l'opera del card. Giacomo Lercaro a Bologna. Egli si rivolse a grandi progettisti come Alvar Aalto, Kenzo Tange, lo stesso Le Corbusier (per quanto i progetti di questi ultimi due non siano stati realizzati a Bologna). Il rapporto con Le Corbusier fu intenso: nel suo studio Glauco Gresleri, uno degli architetti più attivi nell'ambito del gruppo bolognese che per una quindicina di anni produsse la rivista Chiesa & Quartiere, ha lavorato a lungo. E, sia Gresleri, sia Giorgio Trebbi, personaggi di spicco tra quei giovani architetti cui Lercaro affidò il compito di studiare come inserire gli edifici di culto nei quartieri che andavano sorgendo nel secondo dopoguerra, hanno realizzato chiese nuove. Una di quelle progettate da Trebbi, San Pio X, ha una pianta circolare: espressione del desiderio di offrire spazi adatti al coinvolgimento delle persone; circolare è anche la pianta della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, disegnata da Giuseppe Vaccaro con la copertura progettata da Pierluigi Nervi. Eppure mi sembra che, per ben studiate che siano, anche opere rilevanti come queste non riescano ad attingere alla condizione di gioia spirituale.
Però, ancora, Bouyer nel suo testo non si riferisce solo alle architetture, ma anche alla capacità di “costruire” una ritualità che non sia fredda e staccata, che non ponga una distanza tra fedeli e presbiteri. Fatto questo di grande importanze per coinvolgere i fedeli, per renderli, per così dire, coprotagonisti della celebrazione eucaristica.
 
25/01/2018

Già negli anni '50 il card. Lercaro svolse un'inchiesta, attraverso questionari distribuiti nelle chiese: per comprendere quanti cittadini di Bologna partecipassero regolarmente ai riti. Trovò risultati che definì preoccupanti – anche se allora le vocazioni erano ancora molte, tanto che dovette costruire un nuovo seminario vescovile sui colli bolognesi, per sopperire alle richieste che il seminario presente all’interno delle mura non riusciva a soddisfare. E, certo, anche per rispondere alle condizioni sociali riscontrate a seguito delle sue inchieste, Lercaro si impegnò a dotare ogni quartiere di una chiesa. Era un'epoca di grande impegno. Il sociologo Achille Ardigò elaborò un “Libro Bianco” insieme con Giuseppe Dossetti, in cui si evidenziava la rilevanza delle chiese nei quartieri periferici, quali momenti fondanti della partecipazione dei cittadini, e pertanto come elementi chiave per la costruzione della città. E già allora, nel secondo dopoguerra, lo stesso Lercaro promosse la partecipazione dei cattolici alla politica locale, alla gestione della “polis”, tramite i comitati di quartiere. Le nuove chiese dunque nascevano come parte di un più ampio movimento volto ad affermare la partecipazione delle persone nella cosa pubblica: erano un elemento vivo e presente tra la gente. Ma, ancora, ciò nonostante le chiese nuove di quell'epoca, mi sembra, non giungono ad esprimere la gioia spirituale che sarebbe auspicabile.
Oggi siamo in condizioni ancora più difficili: le vocazioni sono in affanno, le frequenza alle celebrazioni è bassa. E nelle chiese mi sembra che a volte i fedeli tendano a raccogliersi in ambienti ristretti, come se costituissero delle piccole chiese entro le chiese, nel ricercare intimità tra i pochi che vi si ritrovano. Penso che in questo si ravvisi un riflesso di questa società che tende sempre più a disperdere le persone, a isolarle. E rispetto agli anni di Lercaro non ci sono più i quartieri intesi come luoghi sociali, dove si attiva la solidarietà.
 
25/01/2018

Anzitutto dovrebbe essere un luogo dove ci si può ritrovare: il fatto stesso che il telefonino in chiesa vada spento è di aiuto. Per la Chiesa il problema è attuare fino in fondo le richieste poste dal Vaticano II. Al riguardo un problema non indifferente mi sembra la burocratizzazione del rito, la sua ripetitività stanca e vuota di colore e di calore; questo non fa che generare distanza tra presbiteri e fedeli. Mentre una vivace dialettica tra presbiteri e fedeli, nella partecipazione attiva, permetterebbe di ritrovare la gioia dello stare assieme.
Ecco dunque che il compito dell'architetto, nel concepire la chiesa ai nostri giorni (siano progetti nuovi o risistemazioni di chiese esistenti) dovrebbe consistere anzitutto nell'organizzare uno spazio che consenta alle persone di stare tu per tu, tra loro e con chi presiede alla celebrazione.
 
25/01/2018

Inevitabilmente bisogna essere capaci di rileggere e ri-intepretare la genesi dei luoghi liturgici. Ma oggi per il progetto delle chiese, e nelle chiese, il riferimento storico è quello dell'epoca del Barocco, quella post tridentina. Un periodo in cui si tende a immaginare un atteggiamento di chiusura: mentre invece  con la controriforma la Chiesa non si arroccò, al contrario si aprì, e innovò trovando motivi, in campo artistico e architettonico, capaci di esprimere gioia. Proprio nel Barocco si vede come la tradizione e l'innovazione stiano strettamente assieme: non solo nell'architettura delle chiese ovviamente, ma in esse con particolare chiarezza.
Riguardo alla sinagoga, per quel che conosco lì le relazioni dei luoghi e delle persone sono fisse, sia in quelle storiche, sia in quelle contemporanee. La chiesa invece ha implicita la necessità di favorire movimenti, non solo dei presbiteri, ma anche dei fedeli.

 
25/01/2018

E non solo perché le panche tendono ad ancorare i fedeli a un singolo posto (il che accentua la trasformazione dell'assemblea in platea teatrale), ma anche perché tolgono rilevanza alle pavimentazioni. Nelle chiese storiche, le panche spesso soffocano pavimenti ricchi di preziosi intarsi. Le pavimentazioni sono molto rilevanti, tra l'altro perché favoriscono gli spostamenti processionali e segnano luoghi distinti tra loro e, pur entro lo spazio unico della chiesa, li individuano e definiscono senza offrire ostacoli fisici alle persone.
Se in molte chiese storiche i pavimenti sono di notevolissima rilevanza, sono rari gli esempi di chiese contemporanee in cui questi siano studiati in relazione ai luoghi liturgici e ai movimenti che si possono attuare nel rito. In San Marco in Venezia, nel Duomo di Milano, in Santa Maria in Trastevere, per citare solo pochi casi, la pavimentazione è di straordinaria rilevanza.
Oggi in quali chiese nuove possiamo trovare una pavimentazione armonizzata con la dinamica liturgica? Eppure il movimento è importante per la partecipazione attiva. Ricordo una chiesa nella quale capitai quasi per caso anni fa, nel centro di Parigi. Le panche erano disposte in modo circolare. I presbiteri vennero tra le persone recando ceste dalle quali distribuivano pezzi di pane: li offrivano a tutti. Questo loro muoversi e donare col sorriso creava un'atmosfera di cordialità e di prossimità –  intensa, autentica nella sua semplicità. Ne rimasi veramente colpito.
A volte bastano piccoli gesti. Qui a Bologna c'è una chiesa seicentesca, il SS. Salvatore, officiata dalla Comunità di San Giovanni, dal taglio tendenzialmente tradizionalista, dove nelle Messe chi presiede si rivolge all'altare, come i fedeli. Non è la mia parrocchia, ma vi partecipai a una celebrazione in tempo quaresimale, e mi colpì molto il fatto che l'officiante usava rami d'ulivo a mo' di aspersorio: era un piccolo gesto, che pur rendeva intensità nuova al rito.
Ecco: mi sembra fondamentale che, così come l'architettura dovrebbe ritrovare la semplicità e l'immediatezza, anche la forma del rito possa recuperare queste qualità. Mentre mi sembra che a volte il presidente che si rivolge ai fedeli da dietro l'altare, diviene un po' come l'insegnante che da dietro il banco della cattedra parla agli allievi. Anche questo favorisce l'isolamento, già così  diffuso ai nostri giorni.
Beninteso, non che per favorire il coinvolgimento occorra abbandonare la disposizione “verso il popolo” dell'altare. Le situazioni sono varie, come sono varie le architetture: si tratta di trovare la migliore condizione per ogni spazio liturgico dato, bisogna individuare in ogni specifica chiesa, in ogni specifica comunità, la sistemazione più vera, più autentica. Sapendo che lo spazio è elemento che contribuisce a rendere il senso dell'essere in comunità.

 
25/01/2018

Infatti. M'è capitato di trovare anche in altri luoghi, condizioni che potrebbero ritenersi adeguate per conformare un'assemblea celebrante. Penso per esempio a uno spiazzo erboso di forma più o meno ovale, circondato dalla pineta che ho trovato ad Alleghe in Trentino. Il prato è attrezzato per incontri all'aperto, vi sono panche disposte lungo il perimetro. Ci si trova tra l'erba e il cielo, seduti all'intorno ci si guarda gli uni con gli altri, c'è la suggestione della natura, l'apertura all'infinito e allo stesso tempo un senso di intimità. Sarebbe adatto per accogliere una celebrazione eucaristica.



 
25/01/2018

La celebrazione è un luogo in sé: gli elementi che la circondano devono essere coerenti, ma è l'azione che anzitutto rende la verità del luogo. Riguardo al celebrare all'aperto, ricordo le processioni del Corpus Domini officiate dal card. Lercaro a Bologna. Un anno indossò i paramenti di papa Lambertini, Benedetto XIV, auguste e risplendenti. Attraversò la città tenendo alta la pisside, mentre il sole del tramonto esaltava l'oro dei paramenti. Tutta la città restava come rapita, trasfigurata nella preghiera. Lo spazio sacro si apriva e stendeva la sua benedizione su tutto l'abitato. Erano processioni indimenticabili. Le strade che percorrevano erano tutte addobbate. Vi partecipava una folla immensa, come se Bologna la rossa, fosse una grande chiesa. Il parroco dove abito e lavoro, mons. Luciano Gherardi, già direttore di “Chiesa & Quartiere”, vedeva quelle strade porticate come se fossero una chiesa a tre navate, con quella centrale coperta dall’infinito del cielo. Non è solo questione di immagine, è questione di ritrovare un'identità, la verità fondativa delle comunità.
Se in città vi sono persone di altra fede, o persone non interessate, basta che non partecipino: nessuno le obbliga.  Ma le città nostre sono tutte intessute, nel loro essere storico, di questi eventi. Sono gli eventi fondativi della società. Andrebbero ritrovati. La processione parte dalla chiesa e ritorna nella chiesa: manifesta la presenza della Chiesa nella città. E la  città deve manifestarsi nella chiesa,  ritrovando le sue chiese.
Ed è movimento, dinamismo spirituale che unisce, non quella frenesia illusoria che spinge alla separazione, all'isolamento, all'atomizzazione oggi ovunque diffusa. (Beninteso, senza con questo dimenticare che a volte si sente la necessità della solitudine per ritrovarsi nella spiritualità del luogo).

 
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