logo SNEC
Direttore: Pennasso Don Valerio
Via Aurelia, 468 00165 Roma
06 66398455
06 66398445
cerca nel sito
Una chiesa al mese
Un libro al mese
Area riservataper gli incaricati diocesani



 Home page - Un libro al mese - LA COMPLESSITÀ NELLA CULTURA EBRAICA 

La complessità nella cultura ebraica
 

Intervista al Prof. Stefano Levi Della Torre*
a proposito del libro “Lo Spirito dell'Architettura” di David Banon e Déborah Derhy (2014)
 
 
*Saggista, scrittore, pittore, architetto, insegna alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. È stato membro del "Consiglio della Comunità Ebraica" di Milano. Nel 1992 è stato invitato dal cardinale Martini alla Cattedra dei non credenti. Nel 1995 ha vinto il Premio Pozzale Luigi Russo, per il libro “Essere fuori luogo” Tra le sue opere: “Zone di turbolenza” (2003), “Il forno di Akhnai. Una discussione talmudica sulla catastrofe” (con Vicky Franzinetti e Joseph Bali - 2010), “Democrazia, legge e coscienza” (con Claudio Magris - 2010), “Laicità, grazie a Dio” (2012), “Amore” (2013), “Realismo di Dante. Disegni e letture della Divina Commedia” (2014).
 

Gli argomenti trattati nella rubrica “Un libro al mese” sono ridiscussi in interviste con diversi esperti. Ne nasce un colloquio volto ad approfondire gli argomenti esposti nei volumi. Le opinioni presentate sono qualificate ma personali, non necessariamente condivise da chi promuove la rubrica.
18/01/2018

Banon è un maestro da cui ho imparato molto. Ma mi sembra che rappresenti l’ebraismo come un sistema di coerenze. Però l’ebraismo non è una filosofia, piuttosto è una cultura e anzi una civiltà, e come tale è contraddittorio e conflittuale al suo stesso interno: per questo penso lo si debba esaminare non tanto per “coerenze” quanto per quelli che chiamo “campi di tensione”. Per esempio, riguardo alla Shoà: alcuni dicono "che non succeda più a noi", altri dicono "che non succeda più a nessuno". Sono gli uni e gli altri ebrei, su posizioni le cui conseguenze sono però fortemente contrastanti, come etica e come politica. Qualunque cosa concreta ha quanto meno un duplice modo d'essere. Un altro esempio: nel libro dei Numeri (21, 4-9) si racconta di quando gli ebrei nell'Esodo furono aggrediti da serpenti che li uccidevano col loro morso velenoso. Quando Mosè pregò Dio che venisse in loro soccorso, gli fu ordinato di costruire un serpente di rame (o di bronzo, secondo le versioni) e di porlo in alto su un palo: chi fosse stato morso avrebbe dovuto guardarlo e sarebbe stato salvo. Il serpente striscia sulla terra, in basso: porta e rappresenta la morte. Un'immagine posta su di un palo, in alto, garantisce invece la salvezza. La salvezza viene dall'alto – e non solo, viene grazie a un'immagine, malgrado la prescrizione di non fare immagini – e la condanna viene dal basso.
 
Ma poi il secondo libro dei Re (18,4) riferisce come gli ebrei finissero per prendere la figura del serpente come un idolo e cominciassero a compiervi sacrifici, e a portarvi doni. Il popolo si corrompe... Ecco dunque che qualcosa che ha valore salvifico può diventare mortifero. Per cui Ezechia dovette distruggere quell'immagine. L'avvertimento contro l'idolatria ricorre nel testo biblico, è come un'ossessione.
Anche Mosè, quando scende dall'Oreb con le tavole della legge e vede il popolo che adora il vitello d'oro si infuria e le distrugge. Perché? Un'interpretazione è che con questo voglia proteggere il suo popolo: evitare che continui a scambiare la materia, l'oggetto, col messaggio che esso incorpora: che non cominci ad adorare le tavole, con atteggiamento simile a quel che aveva nell'adorare il vitello d'oro.
Che cosa se ne cava? Che il problema non risiede nell'oggetto, ma nel modo in cui le persone si pongono di fronte a esso. L'idolo non è una cosa in sé, ma la relazione che le persone stabiliscono con quella cosa.
Simile ambiguità sussiste nel rapporto coi luoghi, o con le architetture, persino con le idee, e con le parole. Non a caso il Decalogo, dopo aver prescritto di non adorare idoli, ordina anche di non pronunciare invano il nome di Dio: perché non sia reificato e perché le persone evitino la tentazione di pensarsi capaci di possederlo e manipolarlo a proprio piacimento.
18/01/2018

Tuttavia la tendenza ad andare verso l'alto è anche espressione del desiderio umano di rivolgersi a Dio. Ricordo il progetto di Louis Kahn per una sinagoga a Filadelfia, che peraltro non fu realizzata: aveva finestre a doppia “U”, aperta verso l'alto e rovesciata verso il basso. Siccome gli elementi dell'architettura hanno valore di segni, e sono  latori di senso, interpreto questo disegno come espressione della tendenza che va verso l'alto e pure verso il basso.
 
Una tensione aperta a una dinamica necessariamente duplice: se si può salire si può anche scendere. Come sul Sinai: Mosè sale a incontrare Dio, Dio scenda a incontrare Mosè. È questione di scelta.
E la possibilità di scegliere implica anche conoscere il proprio ruolo, e rispettare l'alterità. Penso alle figure michelangiolesche in cui si vedono due dita, dell'uomo e del Creatore: si avvicinano, ma non si toccano. C'è tensione verso... ma non commistione con...
La verticalità nel racconto biblico compare di frequente. Si pensi alla colonna di fumo e fuoco che guida il popolo nell'esodo: unisce l'alto e il basso.
Nello Zohar, il Libro dello Splendore, scritto attorno al XII-XIII secolo, si dice, a commento della Genesi, che non pioveva perché non saliva l'umidità della terra. Dice che è il movimento dal basso a suscitare la discesa dall’alto.  Un'osservazione accurata sul piano scientifico dove risulta evidente la stretta interconnessione tra l'alto e il basso. E, ancora, Mosè sale all'Oreb, al quale Dio si abbassa per trasmettere i comandamenti. Quindi l'iniziativa umana è necessaria e coerente con la volontà divina di scendere, e in questo si compie l'incontro, nella verticalità.
Così come sul piano orizzontale si compie l'incontro tra uomo e uomo. È scritto: “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d'Egitto” (Es 23, 9).  E Yeshayua Leibowitz, che fu direttore dell'Enciclopedia Ebraica, chiosa: perché conosci lo stato d'animo dello straniero, per cui si può stabilire un rapporto di sintonia. Ma a questo bisogna  aggiungere il comandamento “Io sono il Signore Dio tuo”, che pone il rapporto verticale.
Il rapporto orizzontale e quello verticale, l'asse e i bracci della croce, simboleggiano la stessa idea: l’abbraccio orizzontale ed empatico con l’umanità e col mondo e il rapporto verticale dell’alto e del basso, tra la terra e la trascendenza. Certo, nello sforzo di innalzarsi si può incappare nell'hybris.
Ma v'è anche il tentativo di elevarsi. Per chi crede, per rivolgersi a Dio.
 
18/01/2018

Certo. Si costruisce il primo tempio (e chissà se Dio ha voglia di starci dentro, si chiede con modestia Salomone...). E con la sua distruzione si manifesta la precarietà del luogo. Non a caso quando Dio promette al popolo di dargli una terra, pone sempre delle condizioni: te la darò se... Perché il rischio è che le persone si illudano che quanto hanno sia merito loro, quando in realtà non lo è.
Il popolo ebraico per oltre due millenni si trova a vivere da pellegrino disperso nel mondo, e tuttavia riesce a mantenere la sua cultura e l'unitarietà della sua identità, ben più a lungo di quanto qualsiasi impero umano, fondato sul possesso territoriale, sia mai riuscito a fare. Come mai c'è questa capacità di persistere nel tempo e nei luoghi più diversi e lontani? Penso proprio che questo dipenda dal rapporto tra popolo e la sua idea di Dio. Perché non è il mondo il luogo di Dio, ma è Dio il luogo del mondo.
 
 
18/01/2018

Nelle indicazioni che dà su come farla, Dio, nel libro dell’Esodo, richiede che abbia gli anelli perché possa essere trasportata, ma con questo non perde la sua suprema dignità. Ricordo un dialogo che ebbi con un rabbino, incentrato su un confronto tra Mosè e la tribù australiana degli Acilpa. Questi ritenevano che il centro del mondo fosse un palo piantato a terra. Quando si spostavano, portavano il palo con sé e lo piantavano altrove: automaticamente nel nuovo posto per loro si stabiliva il centro del mondo. È una tradizione che ricorda un poco quella della colonna di fuoco che si sposta e guida gli ebrei migranti nel deserto: il segno divino si muove col popolo, e resta tuttavia il centro.
Penso che luoghi come il patio, o il chiostro che ne deriva, con la loro apertura verso l'alto, di per sé abbiano la capacità di significare l'intreccio di rapporti orizzontali e verticale. Tanto più che al centro del chiostro si trova il pozzo, che ricongiunge le viscere della terra con l'altezza del cielo, con forte pregnanza simbolica.
Solo nell'epoca moderna si traccia una separazione tra funzione e simbolo che invece in tempi antichi e anche biblici, si presentano uniti.
18/01/2018

Nelle chiese la cupola è espressione del cielo, le navate della terra dove sta il popolo, la cripta entra nelle viscere della terra: la struttura dell'edificio è tripartita, come la Commedia di Dante, che io vedo come una grande costruzione gotica, a differenza di come la vedeva Croce, tutto preso dall'estetica petrarchesca.
 
18/01/2018

Quando andai in Cina vidi i loro templi, le pagode lignee. Nuove. Appena ricostruite, nello stesso luogo e nello stesso modo di quelle vecchie di secoli: le rifanno in continuazione, sempre uguali a com'erano e così si mantiene il luogo pur se si rinnova l'edificio. Ma a me, come europeo, piace l'idea di conservare pur quel che decade, così che nell'edificio si riconosca il passaggio del tempo. Come lo si vede nel Colosseo, che sta bene in piedi ma manifesta tutta la sua antichità nelle parti diroccate e rafforzate perché si conservino. La realtà è complessa, non è un'idea astratta, è frutto di contaminazioni. Amo la pinacoteca di Palazzo Pitti, dove si vedono tanti oggetti di epoche e stili diversi, tutti assieme, non classificati e ordinati come di solito sono le esposizioni museali moderne.
Si pensi a Esodo 24, 10-11 dove si parla dell'arca in cui racchiudere e proteggere il rotolo della Torah. L'ordine è di farla con le figure di due cherubini che fungano da protezione. E nel rotolo, in Esodo 20, sta scritto “Non farai alcuna immagine...”. Una contraddizione dunque, che fa discutere da sempre i dotti dell'ebraismo.
Eppure il problema sembra semplice: il nocciolo della questione è non adorare le immagini scambiandole per quel che esse rappresentano, più che evitare di fare immagini. Nell’antica sinagoga di Doura Europos si sono trovate immagini, a testimonianza di come a quell'epoca, verso il III secolo, il popolo evidentemente non le adorava, e per questo non sentiva il bisogno di distruggerle.

 
 
 
 
stampa paginasegnala pagina