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Giornalismo e post-verità   versione testuale

Il neologismo che sta prendendo sempre più piede nel dibattito culturale è post-verità. Il termine, in realtà, fu coniato in inglese nel 1992 ma solo nello scorso anno è andato dilagando sempre più, fino al punto da coinvolgere il piano filosofico oltre che quello giornalistico. La cosa si presenta interessante e promettente poiché permette di riflettere sul concetto di verità, tanto ripudiato dal pensiero culturale dominante quanto coessenziale al compito dell’informazione. Non a caso l’articolo 2 della legge professionale del 1963 recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Dunque, secondo le norme deontologiche, gli operatori della comunicazione devono essere operatori di verità.
In che modo allora si può passare dalla «verità sostanziale dei fatti osservati» alla post-verità? Quando la notizia passa da scopo a mezzo, quando il racconto degli eventi è piegato a qualche interesse particolare, legato al potente di turno, alla pressione di parte, al desiderio di compiacere la massa. Così si finisce – capita purtroppo non di rado – che ci si accontenti di comunicati stampa o pezzi già “cucinati” da servire “prefabbricati” al pubblico. Come non rilevare con tristezza che la verifica delle fonti, il confronto delle opinioni, l’ascolto di tutte le voci in gioco diventano talvolta un optional? Come si fa, per riferirci al mondo ecclesiale, a parlare della vita di una parrocchia senza interpellare il sacerdote che ne è il pastore? Non certo per compiacerlo per forza di cose ma semplicemente per offrire al lettore un’informazione completa.
Il Santo Padre Francesco – cui credenti e non credenti riconoscono unanimi una straordinaria capacità comunicativa – nel settembre scorso spiegò al Consiglio nazionale dell’Ordine che il rispetto della verità è strettamente collegato con il rispetto della dignità delle persone. In fondo «la questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesto con sé stesso e con gli altri», anche se non è sempre agevole cogliere le sfumature delle varie vicende. Allora la missione del giornalista consiste nell’«arrivare il più vicino possibile alla verità dei fatti e non dire o scrivere mai una cosa che si sa, in coscienza, non essere vera» e, facendo crescere la dimensione sociale dell’uomo, «favorire la costruzione di una vera cittadinanza» nel rispetto della vita delle persone, che possono essere gravemente danneggiate da un articolo non solo menzognero ma anche improvvisato e non preciso.
La festa del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales, stimola una verifica sul concetto di verità, sulla sincerità della voglia di cercarla e raccontarla, sulla professionalità che è la prima protezione dal rischio di essere schiacciati dalla post-verità, che conduce in fondo a un post-giornalismo tanto vacuo quanto pericoloso.
 

Can. Fabrizio Casazza - Consulente ecclesiastico piemontese dell’Unione Cattolica Stampa Italiana