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Misericordia, il respiro della terra   versione testuale
Roger Etchegaray, Avvenire 18 maggio 2015
(Intervento del cardinale Etchegaray al convegno “Il Servo del Signore e l’umanità degli uomini”: «L’amore di Dio porta frutto quando l’uomo diventa lui stesso misericordioso»)

Vorrei menzionare, nel tema che mi è stato affidato, il bacio della misericordia alla giustizia. "Misericordia e giustizia si baceranno". Giovanni Paolo II dopo l’attentato di Ali Agca non si è accontentato di cantare questa espressione del salmista nell’enciclica Dives in misericordia del novembre 1980: nel dicembre 1983 ne ha dato l’esempio più straordinario. L’aveva già perdonato dal suo letto d’ospedale, ma quasi nessuno vi aveva fatto caso. Per commuovere milioni di coscienze sparse in tutto il mondo è bastata un’immagine muta, fugace, sfocata: il papa all’interno del carcere dove faceva visita al suo aggressore.


Ma l’uomo moderno, così assetato di iper-giustizia, come può sopportare la scottatura del bacio dato per misericordia? Lungi dall’opporsi alla giustizia, la misericordia la postula, la esige, ma va molto più lontano, molto più a fondo. L’uomo non si oppone alla giustizia quando diventa misericordioso. L’uomo - è un’esperienza di ciascuno di noi - rivendica e insieme teme di essere giudicato. La nostra coscienza esige un giudizio che retribuisca il bene e punisca il male. Nello stesso tempo rifiutiamo però di lasciarci pesare sulla bilancia più giusta, perché siamo convinti che la nostra verità è tutta interiore e può essere colta solo dagli occhi dell’amore.


Giovanni Paolo II è arrivato addirittura a dire che l’amore provoca un rifacimento della giustizia dopo il peccato dell’uomo. L’amore di Dio si è rivestito dell’abito della misericordia, che non ha niente in comune con la pietà condiscendente, con la debolezza complice e col calcolo interessato. La misericordia porta il suo frutto quando l’uomo, amato fino al perdono, diventa lui stesso misericordioso. Solo allora la terra diventa respirabile, abitabile, persino in una prigione.


Vi sono diverse maniere ugualmente giuste di presentarvi anche il prossimo giubileo, dirò semplicemente: "Dio di tenerezza e di misericordia" è la parola d’ordine che corre da un capo all’altro della terra. "Dio di tenerezza e di misericordia": passatevi queste parole tra di voi e ripetetele come la realtà più meravigliosa. Accogliamo con giubilo questo nome divino, che è il primo con cui Dio si è fatto conoscere sul monte Sinai.


Vorrei che le ripeteste dopo di me: Signore, Signore, Dio di tenerezza e di misericordia, lento all’ira ma ricco di misericordia e di fedeltà!
La misericordia divina è il volto che prende l’amore di Dio quando egli è alle prese con la miseria degli uomini, con la sofferenza, con il peccato. E poiché la miseria è ovunque, in ogni uomo, fin dal primo uomo e dalla prima donna, Adamo ed Eva, Dio non può rivelarsi altrimenti che con il manto della misericordia. La misericordia di Dio è il nuovo nome di Dio, e la misericordia di Dio è infinita come il suo amore. Diciamo "Dio di misericordia", piuttosto che "misericordia di Dio"!


Andrei ancora avanti, questa è per me una maniera di sentirmi veramente come un parroco tra il suo popolo: che bella parola, popolo di Dio, tutta la Bibbia è stata scritta con questa parola. Non so se avete conosciuto papa Roncalli, sono stato anche il suo autista nel mio piccolo paese basco. Ero segretario del mio vescovo e Roncalli era nunzio a Parigi. È venuto, invitato dal mio vescovo, e per almeno due giorni sono stato il suo autista, e ogni tanto mi diceva: «Bravo, bravo il mio autista!». Non si possono mai paragonare due papi, ma di papa Roncalli non posso dimenticare un testo spirituale che forse è il più bello e il più grande, una cinquantina di pagine che durante un ritiro sulle rive del Bosforo in Turchia ha scritto come commento al Salmo 50. Vi lascio, come un regalo di papa Roncalli, questo commentario spirituale del Miserere. Un’ultima parola appena vi voglio lasciare: condividere per misericordia divina porta più lontano nella condivisione che condividere per giustizia umana!

Fonte: Avvenire 18 maggio 2015