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Mohamed: figlio della speranza   versione testuale

(9 giugno 2011) - Incontriamo Mohamed nel nostro Ufficio: lui qui è di casa, passa più volte la settimana o per chiedere a che punto sono i suoi documenti o semplicemente per un saluto; è un ragazzo sempre sorridente, educato e spiritoso. Lui è originario dell’ex Jugoslavia, da dove la sua famiglia è scappata nel 1991 a causa della pericolosa situazione creatasi soprattutto nei confronti dei rom; lui era ancora nel grembo della mamma quando sono partiti, ma non ha aspettato che la nave attraccasse a Bari, ha deciso di nascere a bordo, su quella nave che li ha portati in Italia, dove la sua famiglia sperava in un futuro migliore. Mohamed ha nove fratelli, due più piccoli e gli altri più grandi nati al paese prima di partire; arrivati a Bari, si sono arrangiati a vivere sotto un ponte, fino a quando il papà non ha cominciato a lavorare in un garage e ha potuto far sistemare la sua famiglia in una roulotte del datore di lavoro.Per tre anni sono rimasti a Bari: lui ricorda le uscite con la mamma per vendere le rose nei ristoranti, il campo in cui si sono sistemati con altri familiari e la speranza di raggiungere gli altri parenti a Messina; sono partiti da Bari nel 1994 per arrivare al campo nomadi di san Raineri, dove si sono stabiliti insieme al resto della famiglia. Nella nostra città Mohamed ha frequentato le scuole dalla quarta elementare alla prima media; ma l’ambiente scolastico non è stato accogliente, le difficoltà sono state tante e così ha deciso di lasciare gli studi a sedici anni, per andare a lavorare. Non è riuscito a completare gli studi neanche con un corso serale, poiché non era in possesso dei documenti e la sua iscrizione è stata rifiutata.Entrare nel mondo del lavoro non è stato facile, perché la gente lo vedeva come “lo zingaro che chiedeva l’elemosina”, ma nonostante le difficoltà, le esperienze lavorative sono state diverse: da un lavoro al bazar, a quello in un parco giochi con il padre, da quello di giardiniere a quello di muratore. L’integrazione sul territorio non è stata facile: già all’oratorio gli altri bambini li emarginavano, ma col tempo è riuscito a fare amicizia con ragazzi italiani, passando da una semplice stretta di mano ad un caffè preso insieme al bar; la conoscenza e il tempo passato insieme hanno fatto cadere ogni ostilità e pregiudizio. Mohamed ricorda con nostalgia la vita al campo: “lì vivevamo tutti insieme, eravamo una grande famiglia, giocavamo e ci incontravamo con gli altri ragazzi anche per una semplice chiacchierata; festeggiavamo insieme e la sera dopo cena ci incontravamo tra di noi. Però, ci sono stati anche momenti difficili: ricordo una volta che, durante un controllo della polizia di notte, mi sono nascosto sotto una roulotte perché non avevo i documenti e avevo paura, o quando di notte l’alluvione ha trascinato sei baracche a mare; è stato un momento tragico, perché erano coinvolti donne, bambini e famiglie. Adesso la vita nella nuova casa è migliore dal punto di vista igienico e della sicurezza, ma peggiore da quello della condivisione con le altre famiglie del campo. Prima non andavo a letto la sera prima di mezzanotte, ora alle nove certe volte vado già a dormire”.Mohamed si definisce un “credente musulmano non praticante. Io – ci dice – prego molto e spero di realizzare i miei due sogni più importanti: regolarizzare la mia presenza in Italia, in modo da potermi creare una vita migliore e una mia famiglia e potere anche visitare il mio Paese, che non ho mai visto, ma che conosco solo dal racconto dei miei; l’altro sogno è quello che mia sorella Adelina, di 10 anni, idrocefala dal parto, abbia un futuro tranquillo”.A proposito dell’incontro con il Papa, ci dice che è molto contento, intanto perché vedrà Roma, che non ha mai visitato, e poi perché crede che “il fatto che il Papa ci abbia invitato a casa sua mi sembra una cosa dell’altro mondo; mi piace il fatto di sapere che lo incontrerò di persona e spero che questo incontro serva a farci conoscere meglio dalla gente, perché abbia più fiducia in noi rom e capisca che con noi si sta bene: le nostre danze, le nostre pietanze … la nostra voglia di stare insieme è contagiosa”.
 
Graziana Trischitta (Ufficio Migrantes Messina)