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Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali - Convegno "I media in famiglia"

Media e famiglia: un'alleanza possibile?
(punto di vista socio-culturale)

d assumere responsabilità. Di qui il secondo versante di cui parlavo: è proprio davanti a dei “dilemmi morali” che la famiglia può far emergere quel lavoro di interpretazione collettiva che fa sentire ai suoi membri, concretamente, il senso di un nucleo sociale. Insomma, è davanti a delle immagini che cessano di essere neutre e faziose che la famiglia (certo, se necessario, aiutata in questo) può intervenire facendo sentire il proprio ruolo e la propria forza. La rappresentazioni di “dilemmi morali” che possano portare a soluzioni positive è forse oggi l’unico modo di evadere dal supermercato dei contenuti. Ma anche il più grande servizio che i media possono fare, in collaborazione appunto con entità come la famiglia, per far riscoprire quel gusto della cittadinanza che nel semplice contatto e nella semplice aggregazione degli utenti mediali rischia di andare del tutto perduto. Il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni Sociali pone l’accento sulla relazione tra i media e la famiglia. Si tratta di un tema particolarmente attuale, al centro non solo di una forte preoccupazione pastorale, ma anche di un crescente numero di ricerche scientifiche, che vedono in esso un elemento decisivo per capire come si stiano evolvendo sia le diverse forme di comunicazione, sia la nostra stessa società. Appoggiandomi a queste ricerche, qui proverò a avanzare alcune osservazioni sulle ricchezze e i rischi che i media rappresentano per la famiglia. In particolare mi soffermerò su tre spunti: i grandi caratteri oggi dell’offerta mediale; l’esistenza o meno di un “target familiare”; e infine il nesso tra media, famiglia e cittadinanza.
Partiamo da un dato di fondo: è utile pensare i media come una realtà a due facce, e cioè da un lato come strumenti di rappresentazione, in grado di elaborare delle immagini della realtà, dall’altro come strumenti di relazione, in grado di costruire rapporti tanto tra un emittente e un recettore, quanto tra recettori di uno stesso messaggio. Ciò significa che i media sono per un verso delle risorse cognitive, nel senso che offrono al loro utente un insieme di conoscenze, per un altro verso delle risorse relazionali, nel senso che offrono delle occasioni di incontro. A lungo i media hanno portato avanti questa doppia linea in modo equilibrato. Oggi, a me pare che si sia di fronte ad un fenomeno in qualche modo paradossale: i media accentuano la loro valenza relazionale, ma a scapito della loro valenza rappresentativa. Come dimostra l’uso ad esempio del telefonino, il cui motto di base sembra essere “fatti trovare” assai più che “dimmi di te”, i media servono a stabilire dei contatti tra soggetti assai di più che a fornire reali informazioni. Internet sembra andare nello stesso senso: per quanto si navighi nella rete come in una formidabile banca dati (è spesso qui che si acquisiscono informazioni essenziali), il suo uso appare oggi sempre più quello di strumento di collegamento tra interlocutori; penso ai forum, ai blogs, ai giochi di ruolo, ecc. In questo senso si può ben dire che i media informano sempre meno ma aggregano sempre più; e aggregano nella misura in cui i loro messaggi sono scarsamente marcati dal punto di vista dei contenuti. Non mancano situazioni opposte: ci sono ambiti i cui messaggi appaiono molto caratterizzati dal punto di vista contenutistico; il ruolo di televisioni come Al Jazeera (ma in parte anche come Fox) nell’attuale scontro medio-orientale è esemplare al proposito. Tuttavia questa caratterizzazione è assai spesso in funzione di una aggregazione: queste emittenti sembrano dire “ti comunico quello che mi serve per agganciarti”; esse propongono sì dei contenuti, ma in modo in fondo strumentale, senza che i contenuti diventino vera conoscenza. Dunque rappresentazioni piatte o strumentali; e invece una voglia di relazione, di aggregazione (che, con simili contenuti, rischia continuamente di tradursi in semplice contatto, semplice prossimità, senza un vero motivo di fondo, ma in qualche modo sufficiente a se stessa). Il mito dell’interattività, l’ossessione per l’audience, la creazione di molte delle comunità virtuali in rete, sono lo specchio di questa situazione. Ora il paradosso di una ricchezza relazionale che si incrocia con una povertà simbolica apre alcune questioni interessanti. Innanzitutto i media, per quanto un po’ più poveri di contenuto, continuano tuttavia a fornire delle immagini della realtà che incidono sul nostro modo di pensare il mondo. Si tratta soltanto di immagini che tendono ad apparire come “neutre”, come delle semplici descrizioni di stati di fatto, o delle immagini che tendono ad apparire come “disimpegnate”, come non necessariamente legate ad un referente. “E’ successo, quindi te lo dico”; ma anche “sto scherzando, quindi te lo posso dire”. Sappiamo tuttavia bene che ogni descrizione è una forma di definizione del mondo: nel riproporre quello che c’è, suggerisco che la realtà è proprio quella che è caduta sotto i miei occhi. Di più: sappiamo bene che ogni descrizione è anche una forma di prescrizione: nel riproporre quello che c’è, impongo al mio destinatario di vedere le stesse cose. Descrizione, definizione, prescrizione: questa circolarità ci consiglia di non prendere i media sottogamba. In secondo luogo, se i contenuti offerti dai media appaiono sempre più poveri, ciò non toglie che i destinatari li carichino di senso. I fruitori dei media infatti, se per un verso cercano nei media occasioni di contatto e di aggregazione, non mancano anche di interpretare ciò che gli strumenti di comunicazione dicono e mostrano. Questa interpretazione è direttamente legata, oltre che a ciò che è detto e mostrato, anche all’uso che il destinatario vuole fare di quanto sta fruendo. Ciò significa che è importante guardare sia all’offerta che i media avanzano, sia alle risorse che i fruitori vi trovano: anzi, possiamo dire che il consumo dei media, ben lontano dall’essere un gesto del tutto passivo, si profila invece proprio come quel momento in cui un’offerta mediale viene trasformata in una risorsa da spendere nel mondo di vita. Ebbene, questo processo di interpretazione, questo lavoro di creazione di risorse, appare oggi sempre più rilevante: i media sono sempre di più quello che gli utenti ne vogliono e ne possono fare. Al di là di un dato ovvio (è vero, ad esempio al telespettatore in molte occasioni non resta che decidere se accendere o spegnere il suo apparecchio….), resta il fatto che oggi c’è un peso effettivo nel lavoro “a valle” della comunicazione mediale. E’ soprattutto qui, a me pare, che la famiglia può e deve entrare in scena.
Il messaggio papale insiste parecchio sul ruolo della famiglia in fase di consumo dei media: e a ragione. E’ in questo ambito infatti che l’esercizio della responsabilità può emergere meglio (al di là naturalmente del diritto-dovere di chiedere ai proprietari dei media di attuare delle politiche più rispettose). Va detto che le ricerche mostrano assai bene come in un ambiente familiare l’uso personale dei media difficilmente prescinda dalla presenza degli altri membri: e più intenso è il sistema relazionale che caratterizza la famiglia, più forte è sia l’autocontrollo da parte dei singoli membri, sia soprattutto quel lavoro di trasformazione delle offerte in risorse che, come abbiamo visto, è il cuore della fruizione. Ciò comporta l’urgenza di mettere in campo tutti i possibili strumenti per una “pedagogia familiare dell’ascolto” mirata a promuovere un corretto processo di consumo: le esperienza al proposito sono già assai ricche. Mi permetto solo di aggiungere che una tale “pedagogia” deve essere necessariamente basata, più che su delle prescrizioni astratte, su delle indicazioni assai flessibili. Bisogna in particolare lasciare spazio ad una ampia gamma di situazioni: credo ad esempio che non si debba aver paura dei momenti in cui i media servono a “svuotarsi la testa”; l’importante è che la testa non venga “fasciata”. Del resto la famiglia, quando ha delle relazioni interne forti, si “disbriga” con e davanti ai media assai meglio di quanto molti non immaginino. Anche qui due osservazioni possono essere utili. In primo luogo, non è comunque il caso di restare indifferenti rispetto a quella che è una caduta dell’offerta familiare nei media. Quest’offerta familiare ha caratterizzato a lungo strumenti come il cinema e poi la televisione: in essi, fino agli anni ’90, la ricerca di un universal appeal, e cioè la ricerca di un’audience la più larga possibile, coincideva appunto con l’identificazione di un pubblico familiare. Negli ultimi quindici anni si è assistito invece ad una progressiva “individualizzazione” dell’offerta, che si rivolge sempre di più a segmenti specialistici o ai singoli soggetti. Anche la programmazione televisiva per i minori spesso corrisponde a questa “individualizzazione” del pubbli co: ci si rivolge ad essi come soggetti singoli (sia pur caratterizzati da uno stato di minor vantaggio, cosa che appunto autorizza una tutela nei loro confronti) e non come membri di una famiglia. Il ritorno a programmi destinati ad un ascolto collettivo sarebbe in questo senso auspicabile.
La seconda osservazione riguarda la creatività che la famiglia in ogni caso esprime nel costruire situazioni di ascolto adatte ad essa. Recenti ricerche hanno messo in luce come ad esempio i multiplex, e cioè il nuovo tipo di multisala in cui il cinema è ormai consumato, stiano diventando occasioni di consumo familiare: la famiglia va al cinema in questi luoghi perché consentono meglio di altri di vivere una visione filmica come una scampagnata, come una piccola accensione della quotidianità, in cui il nucleo può ribadire tutta la condivisione di una esperienza. Anche di qui possiamo trarre indicazioni pratiche: l’esistenza delle sale della comunità può risultare in questo senso una carta vincente; un luogo nel quale in consumo mediale assume una piegatura familiare che altrimenti fa fatica ad emergere.


Vado adesso assai brevemente all’ultimo tema. Parto di nuovo dalla povertà di contenuti dei media. Questa povertà non significa che i media non offrano dei messaggi intessuti di simboli. Continuiamo infatti a trovare nei media figure, situazioni, personaggi, snodi narrativi, attorno a cui organizzare la nostra conoscenza delle cose. Un buon esempio della permanenza di simbolismi nei media, e nello stesso tempo di una piccola “perversione” a cui sono piegati, è il reality show. Questo genere che oggi trionfa nelle televisioni generaliste (e il perché di questo meriterebbe un discorso a parte) non rappresenta certo uno specchio della realtà: anzi, esso a me pare semmai un astuto alibi per sostituire la realtà con uno show. Ma la cosa che voglio sottolineare è come il reality show sia costruito su di un nodo narrativo interessante: i concorrenti sono messi di fronte ad una serie di prove nelle quali essi mettono in gioco se stessi, e che devono superare se vogliono rimanere nel gruppo. In questo senso la struttura del programma ricorda un po’ i riti di ingresso nelle società cosiddette primitive: solo che la posta in gioco non è la partecipazione al corpo sociale, ma solo il diritto di continuare il gioco, di stare sulla scena, di alimentare lo spettacolo. E’ qui che si nasconde la lezione più pericolosa dei reality: si esiste solo non perché si è membri di una società, ma perché si è parte dello spettacolo.
Ebbene, la famiglia oggi può costituirsi a ambito concreto in cui il convivere e non l’apparire è un valore effettivo. E sotto questo aspetto, può far sentire quel “sociale” che sembra latitare di fronte ad un individualismo imperante (la “individualizzazione” dell’offerta televisiva di cui prima ho parlato va nello stesso senso). La famiglia può far fronte ad un tale compito, che antropologicamente la riporta alle sue radici, sia chiedendo di essere meglio rappresentata ad esempio sui piccoli schermi; sia appunto proponendosi come luogo comunitario di interpretazione delle cose. Nel primo caso si tratta di raffigurare la famiglia come nucleo effettivo alla base della società. Certo, sappiamo bene come oggi i media (e la televisione in particolare) siano dei supermercati di contenuto (e di contenuto a basso prezzo): ci si trova “di tutto e di più”, come recitava uno slogan di qualche anno fa. Dunque c’è il rischio che un’immagine di famiglia positiva e propositiva conviva con altre dieci immagini di famiglia contrastanti. Ora più che chiedere una sola immagine (che pur ci deve essere: ma come ci ricorda il messaggio papale, la nostra non è comunque una strada di censura), chiediamo almeno che le rappresentazioni mediali abbiamo quello spessore di “dilemmi morali” che molte delle storie filmiche hanno avuto, e che alcune serie televisive ancora hanno: dilemmi morali davanti a cui si è chiamati a riflettere, a prender posizione, a
Prof. Francesco Casetti