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Introduzione al Consiglio Episcopale Permanente – sessione 10-12 marzo 2025


mancare le fondamenta di un linguaggio comune, ancorato alla realtà delle cose e dunque universalmente comprensibile. […] Il racconto biblico della Torre di Babele mostra che cosa succede quando ciascuno parla solo con “la sua” lingua» (Discorso, 9 gennaio 2025). Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene.
Promuovere una cultura di pace
Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere.
Le Chiese, che nascono e crescono nell’ascolto, anche nell’umiltà della vita delle nostre comunità, sono generatrici di donne e uomini di pace, perché gente che vive di ascolto della Parola di Dio e che pratica il dialogo. La Quaresima, che ci richiama alla conversione, mostra che si può essere migliori e che nessuna malattia dello spirito è inguaribile. La Chiesa, tra la preghiera, la vita comunitaria e la solidarietà, forma donne e uomini, vere risorse per la società, segnata da solitudine, competizione, conflittualità. La predicazione, l’educazione, la cura delle persone, non sono una goccia perduta nel mare, ma formano uomini e donne di pace, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua […] nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti» (Ger 17,8). La Chiesa non lavora per sé. Formare cristiani spirituali e responsabili non è compito confessionale, ma è nostro dovere e soprattutto servizio al mondo, anche a chi non crede o professa altre religioni.
Bisogna avere consapevolezza che diverse iniziative sono in corso e tante personalità e figure carismatiche crescono o possono crescere nei nostri ambienti e si abbeverano in tanti modi alle fonti della fede. Ricordo ciò che disse il card. Ratzinger, a Subiaco, alla viglia della morte di Giovanni Paolo II, grande costruttore dell’Europa: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (conferenza tenuta il 1° aprile 2005).
Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività. Gaudium et spes, di cui celebriamo nel 2025 i sessant’anni, vedeva lontano perché chi è illuminato dal Vangelo alza gli occhi, scruta e capisce il presente libero da compulsività e interessi immediati. Si esprimeva così: «È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» (Gaudium et spes, 15). La nostra risposta non è ideologia, ma uomini e donne viventi che credono e amano. È anche la risposta di fronte alle nuove tecnologie e alla questione dell’Intelligenza artificiale: «L’epoca nostra – continua il testo conciliare -, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte» (Gaudium et spes, 15). Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, “predicata” in modo martellante dalla macchina della propaganda.
Il beato Giuseppe Girotti, morto martire a Dachau nel 1945, biblista di vaglio, amico dei poveri, arrestato perché nascondeva gli ebrei, così predicava nel lager nazista prima di morire: «La Chiesa fu, è e sempre sarà l’unico rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia; rifugio della verità, dei principi della retta ragione, della civiltà e della cultura». Questa è la Chiesa, risorsa e speranza dell’umanità! Essere cristiani, con la propria vita, sostiene e protegge l’umanità a tutti i livelli: dalla famiglia, alla vita, alla politica e alla società, al mondo del lavoro, alla vita internazionale.
Investire nel cantiere dell’Europa
Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno. Nel 2023 nel monastero di Camaldoli, celebrando il Codice (che tanto contribuì alla rinascita democratica) dicevo (scuserete l’autocitazione): «Pio XII chiese ai cattolici di uscire dalla loro passività e di prendere l’iniziativa. La responsabilità è iniziativa, altrimenti ci si accontenta delle proprie ragioni o dei buoni sentimenti, questi diventano vano compiacimento e non umiliandosi con la vita concreta fanno illudere di essere dalla parte giusta anche se si finisce fuori dalla storia!» (Prolusione, 21 luglio 2023).
È molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento. Direi con i neologismi di Francesco: è l’ora di primerear e non di balconear.  C’è un’iniziativa da prendere: «In questa prospettiva, sarebbe importante – sottolineavo – una Camaldoli europea, con partecipanti da tutt’Europa, per parlare di democrazia ed Europa. I padri fondatori hanno avuto coraggio, rompendo con le consolidate logiche nazionalistiche e creando una realtà mai vista né in Europa né altrove» (Prolusione, 21 luglio 2023).
Abbiamo visto entusiasmo a Trieste, alla Settimana Sociale, nel prendere l’iniziativa nel senso della pace, dell’Europa, della democrazia. Mi pare che, nei nostri ambienti, specie tra i giovani, ci sia voglia di dare un contributo in linea con il Vangelo, la nostra storia, il pensiero sociale della Chiesa. È il momento!
Ottant’anni fa, il 9 maggio 1945, finiva la Seconda Guerra mondiale sul suolo europeo. Data da ricordare e che fa pensare. Anche perché il fantasma di una nuova guerra mondiale si è aggirato negli ultimi anni e il Papa l’ha denunciato. Quella guerra è stata il frutto della follia nazionalista della Germania nazista e dell’Italia fascista. Oggi il male del nazionalismo veste nuovi panni, soffia in tante regioni, detta politiche, esalta parte dei popoli, indica nemici. Il suo demone non è amore per la patria, ma chiusura miope ed egoistica, che finisce per intossicare chi se ne rende protagonista e le relazioni con gli altri. Mons. Roncalli, nel 1940, a Istanbul, meditava sugli scenari del mondo segnati dalla Guerra mondiale nel Giornale dell’Anima: «Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e di sangue, in contraddizione al Vangelo». Soprattutto su questo punto, che è di bruciante attualità, «libera me de sanguinibus, Deus». E qui torna bene l’invocazione: «Deus salutis meae»: il Salvatore Gesù, che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita sopra di lui e sopra il suo Vangelo.
Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità. Guardiamo con interesse lo sforzo del Governo italiano nel suo intento di connettere la crescita di responsabilità europea al dialogo intra-occidentale per la ricerca di una pace giusta e duratura e l’indispensabile visione multilaterale nella soluzione dei conflitti.
Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente. Lo ha ben spiegato Papa Francesco a Strasburgo durante la visita al Parlamento europeo, richiamando il magistero della Chiesa sul tema. «Promuovere la dignità della persona – ha ricordato – significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici» (Discorso, 25 novembre 2014). È l’umanesimo della dignità di ognuno nei suoi legami sociali e familiari. Non la persona isolata, come titolare di diritti che si espandono attorno all’io, in modo avulso dagli altri e dalla tradizione. Scriveva Mounier, un autore caro agli estensori del Codice di Camaldoli: «Il noi segue l’io poiché uno non si forma senza l’altro, il noi deriva dall’io». Persona e comunità si esprimono nella cura e nei legami: la vita nascente, i fragili, gli anziani tanto emarginati. La libertà della persona è anche servire gli altri. Non mi dilungo in questo sentire cristiano. Non me ne vergogno certo! Anzi, in questi momenti, abbiamo bisogno di pensieri forti e di credenti capaci di cultura e dialogo. Forte non vuol dire prepotente o intollerante. Ciò che soffriamo in Europa è la mancanza di pensiero a tanti livelli: si urla ma non si propone pensando.
Aveva ragione Paolo VI nella Populorum progressio: «Il mondo soffre per mancanza di pensiero» (n. 85). Invitava a pensare insieme il futuro: «Aprite le vie che conducono, attraverso l’aiuto vicendevole, l’approfondimento del sapere, l’allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale» (n. 85). È la linea di quelle “coalizioni” culturali, educative, filosofiche, religiose, che Papa Francesco propose nel 2016 ricevendo il Premio Carlo Magno: «Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro» (Discorso, 6 maggio 2016). È anche quell’«alleanza sociale per la speranza» (Spes non confundit, 9) che chiede alla comunità cristiana di non essere seconda a nessuno nel sostenerla. Sì, non dobbiamo temere il confronto. Abbiamo una ricchezza di visioni, maturata negli anni, che sono fonti di speranza. La via della pace è sempre quella del dialogo, che oggi assume anche i connotati del multilateralismo. L’indebolimento delle strutture internazionali diventerà presto per tutti causa di maggiore incertezza e non certo di maggiore sicurezza. Senza luoghi in cui dialogare in modo sincero e costruttivo, le singole posizioni si irrigidiscono e tendono ad imporsi con la violenza. Anche su questo la Chiesa può tornare ad essere maestra di umanità. Mi piacerebbe che le nostre Chiese dessero vita ad iniziative o esperienze concrete in questi ambiti, per mostrare a noi stessi e al mondo che il Vangelo è ancora vita, una vita bella per tutti.
Ci aiuta Papa Francesco: «Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza… Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto… Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano… di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande… Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia» (Discorso, 6 maggio 2016).
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di avermi ascoltato e di quanto vorrete osservare e proporre. Affidiamo queste giornate di lavoro comune all’intercessione della Vergine Maria e di San Giuseppe, che celebreremo nei prossimi giorni.