Intervento alla conferenza "L'amore politico strumento di pace e democrazia" Roma, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
nemico: rappresenta la follia del male che va arrestato al più presto. Più il conflitto dura e più si favorisce il ciclo infinito delle vendette. Dobbiamo creare spazi di dialogo nei nostri quartieri in cui imparare l’arte del dialogo, soprattutto la stima per il dialogo. Di questo occorre parlare senza stancarsi, consapevoli che si tratta di una scelta di realismo. Gli idealisti illusi sono coloro che pensano che la guerra risolve. La guerra non risolve ed è inutile. Con lo sguardo fisso sulle vittime vorrei essere realista, cioè dirvi che soltanto la convivenza pacifica, fatta di un continuo negoziato tra popoli, religioni e identità diverse, può dare come frutto quell’unità del genere umano a cui tutti tendiamo. So bene che mi comprendete e che nel profondo della vita personale di ciascuno di voi qui, c’è tale anelito che è anche all’origine della vostra scelta di diventare diplomatici. Unità del genere umano vista come convivenza e non come omologazione, unità come vivere insieme pur restando ciò che siamo, diversi e plurali.
Davanti alle tempeste del tempo presente ci poniamo anche la domanda sulla democrazia e sul valore dei diritti umani, cioè della legge internazionale. Ciò che spaventa della democrazia liberale è la sua presunta incapacità a gestire le sfide dei tempi, impedendo le guerre, disordini, caos economico. La globalizzazione ha separato molto di più di quanto abbia unito e oggi va in crisi assieme a molti valori e al multilateralismo. Le regole internazionali non sono più seguite e tutti vorrebbero cambiarle: alcuni vorrebbero tornare alle antiche sfere di influenza; altri alla politica dei blocchi; le democrazie occidentali spingono sui diritti individuali ma usano il doppio standard; altri sistemi pensano piuttosto a dei valori e diritti comuni, cioè della comunità. Progressivamente anche nelle democrazie occidentali cresce quella parte di cittadini che accetterebbero una (magari temporanea) limitazione delle libertà pubbliche (attenzione: non quelle private!) in cambio di sicurezza e di migliori performance economiche. Basta non andare a intaccare le decisioni soggettive delle persone, quelle sull’identità e i valori, sul modo che scelgono di vivere e/o di identificarsi. Ci sono dei Paesi precursori: reazionari sui migranti; sovranisti contro l’unità europea; laicisti contro la religione; libertari e fochisti per le scelte individuali; pub del mercato finanziario globale quasi da paradiso fiscale; favorevoli alla guerra. È tutta una contraddizione. D’altronde anche i vecchi fascismi del secolo scorso avevano dovuto patteggiare con il settore privato e trovato un limite nella religione.
C’è tuttavia una condizione imprescindibile: se il modello illiberale non riesce a compiere lo scambio “controllo-prosperità” è destinato a fallire. In tal caso per mantenersi gli resta solo la (antica) risorsa del nemico esterno come capro espiatorio a cui addossare le colpe, cioè in ultima analisi la guerra che inizia sempre come guerra interna contro i più poveri, i diversi e i devianti, gli ultimi (migranti, rom ecc.), per poi rivolgersi contro lo straniero. Il modello democratico illiberale si configura dunque non come un regime ‘repressivo’ (al pari dei vecchi autoritarismi di un tempo) ma ‘preventivo’ delle libertà pubbliche, in particolare utilizzando la tecnologia di tracciamento, riconoscimento facciale e della sorveglianza digitale. Possiamo osservare che il desiderio di controllare a monte le reazioni sociali è diventata l’aspirazione di tutte le democrazie, comprese quelle più avanzate in tema di diritti. In questo senso la democrazia controllata o limitata non è un ritorno indietro a vecchie forme di fascismo, ma piuttosto un’inattesa evoluzione che prospetta il futuro collettivo.
La Chiesa ha esempi illustri di chi ha cercato di difendere democrazia e pace allo stesso tempo, puntando sul valore della convivenza mediante lo strumento dell’amore politico. Potrei fare tanti esempi, ma mi limito a quello di Giorgio La Pira, il sindaco santo, che volle fare della sua città un centro di dialogo andando oltre la cortina di ferro e superando anche l’odio tra ebrei e musulmani, tra israeliani e palestinesi. Firenze divenne per un certo tempo un crogiuolo di convivenza mediterranea di cui oggi ci sarebbe molto bisogno. I Dialoghi Mediterranei (MedDialogues) organizzati ogni anno dal Ministero degli Affari esteri dovrebbero tener conto anche di tale aspetto. Un altro esempio illuminante è la decisione di Papa Giovanni Paolo II di fare di Assisi il cuore del mondo mediante la preghiera interreligiosa del 1986. C’ero e posso testimoniare direttamente quanta leadership morale ci fu da parte del Papa, riconosciuta da tutti, anche dai musulmani. Il cammino di dialogo proseguito dalla Comunità di Sant’Egidio (a cui il ministro Antonio Tajani ha partecipato a Berlino), dimostra l’utilità dell’incontro fraterno come costruzione di un terreno comune.
Ciò è tanto più necessario oggi, tempo di guerre spaventose, una dimostrazione molto concreta di amore politico per il nostro mondo caotico. Fa parte di quella che Papa Francesco ha chiamato la capacità di “organizzare la speranza”. Che fare allora? “Dobbiamo essere voce – dice Francesco – voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide”. Mi paiono le parole più chiare su cui non c’è nulla da aggiungere e che diventano il nostro programma.