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 Home page - Un libro al mese - CONCORSI CEI, MODELLO PER LA QUALITÀ DIFFUSA - Gli architetti sono spesso alla ricerca di un'originalità propria, da imporre come firma. Come si concilia questo con le necessità della comunità? 
Gli architetti sono spesso alla ricerca di un'originalità propria, da imporre come firma. Come si concilia questo con le necessità della comunità'   versione testuale

L'architettura è sempre frutto di un'interazione e solo quando  deriva da un intenso dialogo tra diversi soggetti si ha una garanzia di qualità. Per quanto mi concerne sono convinta che perché l'architettura funzioni occorre il concorso di quattro diverse figure: il committente, il progettista, il realizzatore e chi è destinato a utilizzare l'opera. Se tutti concorrono al progetto, questo soddisferà le esigenze di tutti. Altrimenti soddisferà solo una parte. Un committente forte e un architetto capace di una buona regia sono stati e sono ancora oggi essenziali.
Le grandi chiese del passato furono compiute quando il committente ecclesiastico era forte. La basilica di San Pietro ha visto alternarsi diversi progettisti e diversi costruttori. Era il committente che tirava le fila dell'opera.
Per quanto riguarda l'architettura, oggi il problema è anche legato alla formazione, al mondo della scuola, a quanto è importante considerare il progetto come sintesi di qualità artistiche e di competenze professionali. Per insegnare ai giovani a progettare non solo opere eccezionali ma buone architetture di qualità. In altri termini che l'architettura sia concepita non per l'eccezione, ma per una qualità diffusa, che sia al servizio della società e della cittadinanza. I grandi progettisti italiani del secondo dopoguerra, penso a Giancarlo De Carlo, avevano questo senso di responsabilità verso la società. È necessario recuperarlo anche oggi.
 
 
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