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L'altare e la sua insondabile profondità

Intervista alla Prof.ssa Maria Antonietta Crippa*

a proposito del libro “L'ALTARE, mistero di presenza, opera dell'arte” di A. Da Rocha Cerneiro, F. Debuyst, P. De Clerck, A. Gerhards, G. Gresleri, J.-Y. Hameline, E. Mazza, R. Messner, K. Richter, G. Santi, D. Schönbächler, D. Standcliffe, M. Valdinoci, P. Volti, W. Zahner.

*Ordinario di Storia dell'Architettura nel Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, dove insegna “Storia e tecnica del restauro” presso la Facoltà di Ingegneria edile, “Storia dell’architettura 2” presso la Facoltà di Architettura e Società, ed è membro del Collegio Docenti del Dottorato di Conservazione dei Beni Culturali. Dal 1984 dirige una collana di architettura presso la casa editrice Jaca Book, ha diretto la collana di architettura per l’editrice Sinai di Milano, collabora con molte riviste. Opera nel campo della conservazione e del restauro di antichi edifici. Ha al suo attivo oltre 350 pubblicazioni di architettura e urbanistica, molte delle quali tradotte in diverse lingue.


Gli argomenti trattati nella rubrica “Un libro al mese” sono ridiscussi in interviste con diversi esperti. Ne nasce un colloquio volto ad approfondire gli argomenti esposti nei volumi. Le opinioni presentate sono qualificate ma personali, non necessariamente condivise da chi promuove la rubrica.
Il centro della chiesa. Il luogo liturgico eminente, denso di un significato incommensurabile rispetto alle sue dimensioni o a quanto l'arte vi possa apportare. Tutta la semplicità e la complessità del progettare architettonico vi si sommano in un insieme inscindibile.
24/09/2015
Deve conoscere che cos'è il cristianesimo: nulla di più, nulla di meno. Innanzi tutto. Quindi passare al progetto tenendo in costante rapporto spazio complessivo della chiesa e dimensioni, forma, collocazione dell’altare, che della chiesa è centro non innanzi tutto in senso geometrico, ma in quanto segno – o soglia – di rimando a Gesù Cristo.

Nel progetto di una chiesa non si può, semplicemente partire dai poli liturgici, ma non se ne può neppure, già dall’inizio, prescindere pensando all’involucro. L'altare è un oggetto piccolo, rispetto al volume dell'edificio per il culto, ma il suo significato è profondissimo. Per esemplificare: quando penso a questo luogo liturgico, riemerge il ricordo di un'esperienza compiuta molti anni fa in Francia, in un monastero benedettino.

I monaci stavano pulendo la chiesa e ogni volta che, per compiere l'opera alla quale erano intenti, dovevano passare davanti all'altare, si inchinavano con devozione, tanto silente quanto intensa. Un gesto in cui si manifestava l'insondabile sproporzione tra la piccola e modesta forma dell’altare e il suo significato: l’essere rimando a Cristo. Il gesto dei monaci evidenziava bene il suo valore di centralità nella chiesa, di eminenza simbolica potente eppure fisicamente discreta. C’è un importante rapporto, tra le sue dimensioni e lo spazio interno globale della chiesa, che ogni stagione di cultura cristiana ha interpretato in modi sempre diversi.

Ciò vale anche rispetto alla sua collocazione nell'ambiente della chiesa. Nell'altare si ritrova tutto il significato del cristianesimo. Il messaggio di salvezza, il sacrificio, il perdono, l'amore vivificante, nella sua attualità.
 
24/09/2015
Se si disegna un altare ampio, si evidenzia la frontalità del o dei sacerdoti rispetto all'assemblea, l’altare tende ad essere pensato inoltre con una faccia principale, più importante. In un altare cubico, invece, viene annullata la differenza tra le sue facce e suggerita la circolarità di tutti i celebranti al suo intorno.

La prima soluzione, detto in altri termini, è più distanziante, la seconda genera prossimità. In ambedue i casi si mantiene la sproporzione delle sue dimensioni e della sua forma, rispetto al suo valore di segno e di simbolo.

L'altare resta un oggetto piccolo. Penso a molti altari nelle chiese di Rudolf Schwarz, come quello della chiesa di St. Andreas a Essen, progettata da lui negli anni '50 del XX secolo.

I quattro spigoli dell'incrocio del transetto con la navata sono tutti vetrati e questo genera un'aureola di luce tutto attorno all'altare che, piccolo com'è, resta un poco nella penombra.

E tuttavia è lì che si concentra l'energia di tutto l'ambiente. In altre chiese lo porta al centro dell’incrocio tra navata e transetto, modulando luce e spazio in modo opportuno.

È importante riflettere sulla posizione dell’altare, sia rispetto a tutto l’invaso della chiesa, sia rispetto agli altri poli liturgici.




 















 
24/09/2015
Non è un “aut aut”, ma un “et et”. Riguardo alla sua fattura, sia povero, o artisticamente decorato o architettura monumentale, qual è stato nel periodo barocco, si può solo dire che in ogni caso l'altare è prezioso: e lo è in misura identica, in ogni caso, sia pure con accenti di sensibilità religiosa profondamente diversi.

La positura dell'altare è sempre frutto di una scelta, in tutta la fenomenologia storico artistica. E la sua relazione con lo spazio circostante cambia nel corso del tempo e dei contesti culturali. Nelle chiese a pianta longitudinale con transetto, per esempio, la luce cadeva dall'alto del tiburio davanti all'altare, generando così uno spazio diaframma di luce e una soglia, che si aggiungeva alle altre che si attraversano da quando si entra in chiesa fino ad avvicinarsi a esso nel presbiterio. Questa soglia di luce precedeva i tre gradini sui quali era sopraelevato l'altare.

Si può dire che l'organizzazione dello spazio celebrativo corrisponde sempre al modo in cui si intende il senso dell'altare, dello spazio che lo circonda e nel quale stanno gli altri poli, centro di tutti coloro che sono stati lì convocati o raccolti per celebrazioni liturgiche. È come un centro attrattore e un punto di fuga nello stesso tempo! Per un architetto è un bel tema progettuale!
Si nota sempre, nella lunga storia delle chiese cristiane, che vi sono soluzioni atte a sottolinearne la presenza, proprio perché in ogni caso è un oggetto piccolo rispetto al significato che reca. Di qui a volte la presenza dei baldacchini, che sono architetture nelle architetture volte a dar rilievo al luogo, oppure dei grandi e sontuosi retabli.

Non vi sono prescrizioni specifiche molto stringenti –a parte la richiesta della nobiltà dei materiali che lo compongono e le indicazioni dimensionali orientative– ma consuetudini architettoniche che mostrano quanto profondamente sentito sia sempre stato il tema della collocazione e della fattura dell'altare nell'economia dello spazio per la celebrazione.
 
24/09/2015
Non credo. Penso che l'urgenza di indicazioni precise che oggi alcuni sentono sia manifestazione della debolezza di senso religioso e di cultura cristiana attuali.
Abbiamo bisogno di descrizioni intellettuali perché siamo carenti dell'intensità emotiva e percettiva che caratterizzava gli uomini, tutti, delle epoche in cui il senso religioso era più radicato, e la consuetudine e il sentimento, diffusi e condivisi, non richiedevano eccessive razionalizzazioni.
 
24/09/2015
Certo, sono in molti a pensarlo: prima i poli liturgici e la relazione che si attiva tra questi, quindi l'edificio come un vestito che li unisce tutti. Ma l’architettura non è un vestito di tela morbida. Un’architettura è esito di una composizione e di una costruzione complessive. Non credo che l'altare in quanto tale crei lo spazio della chiesa. Il luogo che la chiesa definisce ha un interno e un esterno che danno luogo a uno spazio definito e a una relazione dell’edificio con un contesto più ampio e non chiuso. Tutta la ricchezza dei fattori sociali, psicologici, tutte le componenti e le conquiste, anche scientifiche, di una cultura entrano in gioco in un progetto d’architettura.

Così è anche per quello di una chiesa, nel quale entrano in gioco, oltre a indicazioni dottrinali, teologiche e liturgiche, anche tradizioni e innovazioni, grazie al talento individuale del progettista. Il cristianesimo vive nella storia, passata e attuale, e nella storia della città la chiesa è momento di dialogo e luogo della memoria: memoria peculiare di un cristianesimo che si è fatto anche cultura, in tutte le sue componenti.

Nel passare del tempo, abbiamo bisogno di cose che durino: ricerchiamo la stabilità di una presenza, di luoghi che testimonino, nel tempo e fra le generazioni, la presenza di ciò in cui crediamo. Questo è il senso della chiesa nelle città. Di qui il problema progettuale: come distinguere un luogo di questo tipo, che sfida per propria natura il momento transeunte pur facendone parte pienamente? Certo, la chiesa edificio è in un certo senso davvero un involucro: ma un involucro-segno, che resta nel tempo e che custodisce al proprio interno i segni e la realtà di una Presenza sempre attuale, quella di Gesù Cristo contemporaneo, come dicono gli ultimi papi. E, inoltre, custodisce la memoria e la testimonianza di quanti vi hanno celebrato e vi celebrano nel corso del tempo, in questo testimoniando la loro fede e la loro cultura.
 
24/09/2015
Gli adeguamenti liturgici spesso nella storia hanno portato a interventi che hanno cancellato il passato, talvolta senza conoscerne le ragioni in modo adeguato. La collocazione degli altari nelle chiese, e non solo in quelle antiche, ha subìto usualmente ripetuti rimaneggiamenti; spesso oggi non siamo in grado di risalire con sicurezza a come i poli liturgici erano disposti all'origine o in epoche da noi molto distanti.

Non sempre gli adeguamenti, da questo punto di vista, risultano efficaci, rispondenti cioè in modo adeguato alle attuali esigenze liturgiche che, va detto, non sono fissate nei loro esiti una volta per tutte.

Occorre dunque nel compierli avere molta prudenza, per non sconvolgere equilibri celebrativi e formali di straordinaria qualità religiosa ed estetica insieme. Va da sé che è bene oggi essere attenti a non ripetere errori del passato. E per evitarli occorre comunque far tesoro delle esperienze.
 
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